IL DIPENDENTE CHE RIFIUTA DI SVOLGERE UNA MANSIONE SUPERIORE NON PUO’ ESSERE LICENZIATO SECONDO LA CASSAZIONE LAVORO : PROFILI DI APPLICABILITÀ ANCHE AL PUBBLICO IMPIEGO

Maurizio Danza – Libero docente Istituzioni di diritto pubblico Università degli studi di Roma Tre -Arbitro del pubblico impiego

 

Di particolare interesse la sentenza n. 17713 del 19 luglio 2013 della Suprema Corte di Cassazione, che ha dichiarato la illegittimità del licenziamento del lavoratore che si rifiuta di svolgere mansioni superiori,quando esse esulino dalla sua qualifica e comportino responsabilità maggiori anche di tipo penale . La sentenza, anche se emanata in relazione ad una questione che aveva coinvolto una figura appartenente all’area quadri di un settore privato, indubbiamente contiene un principio che va applicato anche ai comparti del settore pubblico pur tenendo conto della sua peculiarità. Ed infatti pur  sussistendo nel c.d. codice del pubblico impiego la disposizione di cui all’art.52 c.2 del D.lgs.n.165/2001 secondo cui” per obiettive esigenze di servizio il prestatore di lavoro può essere adibito a mansioni proprie della qualifica immediatamente superiore” in taluni casi, appare evidente che tale pronuncia fa salvo in ogni caso il diritto soggettivo del dipendente a rifiutare la assegnazione decisa dal dirigente dell’ufficio pubblico. E’ indubbio però che, la fattispecie del rifiuto legittimo del dipendente pubblico e dunque del limite del corretto esercizio del potere di organizzazione della pa, dovranno essere attentamente valutati tenendo conto altresì del successivo comma 3 della norma, che nel disporre ” si considera svolgimento di mansioni superiori, ai fini del presente articolo, soltanto l’attribuzione in modo prevalente, sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale, dei compiti propri di dette mansioni”, obbligherà il giudice del lavoro ad una valutazione interpretativa ”caso per caso” del contenuto delle prestazioni evincibili dalle declaratorie dei contratti collettivi nazionali,e richieste al dipendente per comprendere se esse sono da ritenersi “prevalenti, sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale” e dunque legittime. La conseguenza sarà,sempre secondo le motivazioni della Suprema Corte che non si potrà intimare il licenziamento,al dipendente che si dovesse rifiutare di adempiere la mansione superiore,quando dalla stessa dovesse derivare” il solo rischio di ricevere una imputazione “ di per sé pregiudizievole”. Appare dunque evidente altresì, come nel pubblico impiego la questione interpretativa sulla”possibilità di una imputazione del dipendente” ai fini della valutazione in termini di legittimità o meno del rifiuto del dipendente pubblico, rischia di porsi con una certa frequenza all’esame del giudice del lavoro, tenuto conto che il pubblico dipendente pur espletando la propria attività ,sulla base di un contratto di tipo negoziale o ”privatistico”, è chiamato a svolgere sempre più frequentemente attività che comportano responsabilità nella qualità di pubblico ufficiale.

 

 

 

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Avvocato Prof Diritto Del Lavoro Universitas Mercatorum
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