LA DIRETTIVA DEL GOVERNO SUI CONTRATTI DELUDE LE ASPETTATIVE DEI LAVORATORI DEL PUBBLICO IMPIEGO. NECESSITA’ DI UTILIZZARE I NUOVI SPAZI NEGOZIALI DERIVANTI DALLA RECENTE RIFORMA DEL TESTO UNICO OPERATE DAL D.LGS.N.75/2017 PER ELIMINARE GLI EFFETTI DISTORSIVI DELLE POLITICHE DEPRESSIVE DEL LAVORO PUBBLICO

Intervento al Congresso Nazionale FSI 16 settembre 2017 dell’Avv. Maurizio Danza

È di tutta evidenza che le aspettative dei lavoratori del pubblico impiego siano state deluse, soprattutto dopo anni di attesa di rinnovo del Contratto collettivo, effetto del c.d. “blocco contrattuale”, che non è stato in grado di garantire attraverso l’istituto della vacanza contrattuale né il potere di acquisto, sempre più eroso nel nome delle politiche di “spending review”, né gli istituti giuridici del rapporto di lavoro pubblico, in nome di una anomala  armonizzazione del pubblico verso la disciplina del lavoro privato. Le speranze di tanti lavoratori si sono scontrate con l’amara constatazione che l’attuale Governo  non è stato in grado di tracciare alcun segno di discontinuità rispetto alle politiche del lavoro pubblico del passato, se non rimettendo in gioco il potere sindacale attraverso un’imprevista espansione del ruolo della contrattazione collettiva su talune materie del lavoro, nella nuova formulazione offerta dall’art.2 co.2 del D.lgs.n.165/2001, dopo le modifiche introdotte dal D.lgs.n.75/2017. Purtroppo però nulla di buono e di nuovo si rinviene nell’atto di indirizzo del governo, che precede la stagione del primo triennio contrattuale 2016/18 e che non rappresenta certamente uno strumento finalizzato a rilanciare  le politiche del lavoro pubblico.  Ad ammetterlo le confederazioni firmatarie del protocollo del 30 novembre 2016, che lamentano nella proposta direttiva all’ARAN un’applicazione distorta, che va oltre l’inaccettabile proposta degli  85 euro medi mensili  negoziati, del tutto insufficienti a garantire la dignità dei lavoratori pubblici. E’ dunque a tutti evidente che la riforma del pubblico impiego, preannunciata nella legge n.124/2015 come “una  nuova rivoluzione copernicana” sia fallita, essendo caratterizzata ancora una volta da ben note scelte di politiche del lavoro non strutturali e di tipo depressivo. La direttiva non ha avuto il coraggio di varare un vera politica del lavoro, che consideri il  capitale umano come  una risorsa capace non solo di produrre reddito, ma anche di conseguire obiettivi sociali e culturali espressione autentica del welfare state. Essa sembra essere purtroppo espressione delle solite “politiche della conservazione”, nella parte in cui si limita a perseguire gli obiettivi di rigore, facendo prevalere le logiche della punizione disciplinare, piuttosto che quelle della valorizzazione della professionalità dei dipendenti pubblici, senza mai prevedere incrementi di risorse a favore della categoria. In tale logica va ascritta la pseudo novità del welfare contrattuale, basato esclusivamente sulle già esigue risorse a disposizione della contrattazione nazionale ed  integrativa; per il resto nulla di nuovo, atteso che si limita a dettare indirizzi alla contrattazione nazionale, finalizzati ad “ulteriori restrizioni sui permessi, sulle assenze di malattia e altre norme sul procedimento disciplinare”. Quanto alla piaga del precariato nulla o quasi nella direttiva, che non menziona né i contratti di formazione e lavoro, richiamati esplicitamente all’art. 36 co.2 del D.lgs n.165/2001, nè le altre forme flessibili, come quelle adoperate ad esempio nella giustizia, che si avvale, come è noto, da anni di tirocinanti, impegnati nel c.d. ufficio per il processo per l’espletamento delle funzioni di digitalizzazione del processo penale, a cui  il governo avrebbe potuto estendere  i diritti  già riconosciuti ai lavoratori a tempo determinato. Inoltre si continua a diffondere ingiustamente presso l’opinione pubblica e nei mass media l’erronea convinzione, smentita dalle statistiche internazionali,  secondo cui il numero dei dipendenti pubblici italiani sarebbe in eccesso rispetto alle effettive esigenze. A tal proposito il rapporto del Centro Studi Impresa/ Lavoro evidenzia che la percentuale tra dipendenti e popolazione italiana sia la più bassa d’Europa con il 5,18%, addirittura inferiore a quello della Spagna (6,40%) e della Francia, che presenta un tasso del 8,50% e che dunque la pubblica amministrazione italiana necessiti di altri dipendenti pubblici nella scuola, nella sanità, nella difesa, cioè in settori fondamentali  e strategici per garantire la sicurezza e i diritti costituzionali della salute e dell’istruzione. Nessuno spiraglio nella direttiva anche sulla scuola, se non per disporre un mero rinvio ai comitati di settore, che dovranno dettare indirizzi specifici ed integrativi! La proposta del Governo non ha saputo neanche affrontare l’annosa problematica del precariato della scuola, se secondo recenti studi le graduatorie ad esaurimento assorbiranno i precari forse solo nel 2050!  Su queste e su altre conseguenze bisognerà intervenire, anche con i nuovi strumenti delle relazioni sindacali dell’art. 2 comma 2 del D.Lgs.n.165/2001,modificato dal D.Lgs n 75/2017, che nel riespandere nuovamente lo spazio negoziale attribuisce alla contrattazione collettiva nazionale le materie di “mobilità, sanzioni disciplinari e  criteri di valutazione finalizzati alla distribuzione del trattamento accessorio”. Dalla analisi delle riforme del Governo emerge un quadro delle garanzie giuridiche ed economiche dei lavoratori ulteriormente affievolite, soprattutto dopo le scellerate riforme attuative del pacchetto Jobs act che, per stessa ammissione del governo, non ha dato i risultati  sperati. Ciò rende necessario intervenire a tutela dei diritti dei lavoratori del pubblico impiego, utilizzando proficuamente il nuovo spazio negoziale reso possibile da una particolare ed utile congiuntura politica di scissione nella sinistra di governo.  Occorre dunque una concreta politica di sviluppo del lavoro nel pubblico impiego, al contempo protesa a ricostituire una rete di protezione giuridica ed economica del rapporto di lavoro, indebolito notevolmente in nome di una ingiusta quanto assurda armonizzazione del pubblico con il privato e dalle disastrose politiche del Jobs Act applicate al pubblico impiego,  garantendo al lavoro pubblico la dignità e il rispetto che merita nell’assolvimento di una funzione costituzionalmente prevista.

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Avvocato Prof Diritto Del Lavoro Universitas Mercatorum
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