DALLA CRISI AI SOVRANISMI. QUALI PROSPETTIVE PER I LAVORATORI EUROPEI DOPO LA PIU GRANDE E PROLUNGATA CRISI

Relazione Avv. Maurizio Danza. Prof. Diritto del Lavoro Università Mercatorum  Conferenza Organizzativa FSI USAE 10 maggio 2019

Ormai da tempo in diversi paesi dell’ Europa e non solo in Italia, si assiste ad un sempre crescente  movimento di contestazione rispetto al modello attuale di Europa; tuttavia se analizziamo il tema dei diritti dei lavoratori e le prospettive in ambito comunitario dopo la lunga crisi economica, dobbiamo riconoscere che oggi molti diritti, anche in ambito sociale e nonostante le limitate competenze della UE in materia, siano derivate direttamente o indirettamente dalle leggi e dalla giurisprudenza europea. Prima tra tutte la Carta Europea dei Diritti Sociali, così come i numerosi strumenti legislativi europei in materia di tutela dell’ambiente, della salute, dell’orario di lavoro, delle condizioni di lavoro, che hanno contribuito a creare nel tempo quel modello sociale europeo  che tuttavia, è caratterizzato da una dimensione ancora insufficientemente che rallenta la crescita e lo sviluppo dell’Eurozona . Le ragioni dell’insufficienza dell’attuale modello sono molteplici e non possiamo ridurle semplicemente al populismo euroscettico, ma senza dubbio alla difficoltà di fare convergere sistemi di regole disomogenee in una unione di ventotto paesi. Orbene perché acquisti concretezza il concetto di Unione sociale occorre perseguire in primo luogo, gli obiettivi e le iniziative definiti nel vertice straordinario di Göteborg del novembre 2017 , relative al Pilastro Europeo dei Diritti Sociali dell’Unione Europea, proposto dalla Commissione Juncker : tali obiettivi hanno il pregio di voler garantire continuità e rilanciare la centralità di quei diritti sociali che in passato sono stati applicati in maniera disomogenea nei vari paesi estendendoli anche alle nuove categorie di lavoratori e lavoratrici.  Non c’è dubbio infatti, che tali obiettivi, da realizzare nel lungo periodo e a seguito di un percorso complesso, avranno effetti solo se ci saranno atti concreti . Il pilastro europeo dei diritti deve però potersi reggere su una serie di principi fondamentali che tutelino i mercati del lavoro e i sistemi di protezione sociale nell’ambito comunitario, svolgendo contestualmente la funzione di quadro di riferimento per la riduzione dei tassi di disoccupazione degli Stati membri, guidando così i processi di riforma del mercato del lavoro di ogni paese dell’unione . Ed invero, quei principi contenuti nel c.d. Pilastro Sociale europeo costituiti dalle tre macro aree delle “ pari opportunità e accesso al mercato del lavoro”,  “condizioni di lavoro eque”, e “protezione sociale e inclusione”, devono essere tradotti in strumenti concreti e di legislazione sia europea che nazionale ; in tal senso si collocano le direttive in discussione a Bruxelles, sulla conciliazione tra vita e lavoro o quella che estende alcuni diritti fondamentali sul posto di lavoro e l’accesso alla protezione sociale ai lavoratori atipici , e la costituenda Autorità Europea del Lavoro, a cui si dovranno attribuire strumenti e compiti di prospettiva . A tal proposito, la Commissione ha proposto un quadro orientativo di riferimento per l’azione futura degli Stati aderenti, con riferimento a una serie di principi e diritti sociali, che trae ispirazione e rilancia il ruolo sociale dell’UE, ossia un corpo di regole sociali presente nell’ordinamento dell’Unione europea, a partire dai Trattati e dalla Carta europea dei diritti fondamentali, così come interpretati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e  da numerose direttive. A tal proposito, appare indispensabile realizzare sempre più, una graduale processo di armonizzazione verso l’alto dei livelli salariali, dei sistemi di contrattazione collettiva e di relazioni industriali, dei sistemi di protezione sociale, dei quadri normativi nazionali, su cui occorre impegnarsi ed accelerare vincendo resistenze di ogni sorta. Tale processo non è più procrastinabile anche per evitare per il futuro comportamenti contraddittori di molti governi nazionali che pur affermando di voler armonizzare i propri ordinamenti del lavoro con particolare riferimento al regime delle tutele in ambito comunitario, costringono poi migliaia di lavoratori , alle vie giudiziarie interne e fino alla Corte di Giustizia Europea ; penso ad esempio al tema dei contratti a tempo determinato e delle altre forme flessibili, al tema della stabilizzazione nella pubblica amministrazione non risolto in Italia né dal D.lgs.n.81/2015 né dal D.Lgs n. 75/2017 , recepito nel D.lgs.n.165/2001 quale attuazione della riforma Madia che, non ha avuto il coraggio di realizzare un sistema di tutela reale delle numerose ed anomale tipologie di “rapporti di lavoro”, ancora adottati nella pubblica amministrazione e non solo, tra cui tirocini, assegni di ricerca, borse di studio . Ritengo poi, che ci sia ancora molto da fare anche in relazione al tema europeo del riconoscimento delle professioni e della loro mobilità, proprio in riferimento alla armonizzazione delle legislazioni nazionali, tema che evidenzia la criticità del rapporto tra i principi della Dir.n.36/2005 e il recepimento nei singoli paesi a favore di chi intende svolgere una professione. A tal proposito voglio fare esplicito riferimento al paradosso della problematica del negato riconoscimento da parte dell’Italia, della abilitazione all’insegnamento conseguita in Romania da migliaia di giovani, pur in possesso di tutti i requisiti sostanziali, ed in palese violazione della giurisprudenza comunitaria che prevede anche l’applicazione del principio dell’ accesso parziale in tema di esercizio delle professioni, quale corollario del  diritto alla libera circolazione  secondo l’art 45 TFU . Ebbene proprio queste criticità ci inducono a riflettere sul reale funzionamento del sistema delle garanzie dei diritti così come delineato dall’Europa, che necessita di un vero e proprio processo di cambiamento culturale finalizzato a mettere al centro innanzitutto, l’ interesse del cittadino. Occorre poi assumere una coerente strategia di rinnovamento dei welfare nazionali,  che  devono tornare a svolgere un ruolo di motore dello sviluppo economico, sulla falsariga della Strategia di Lisbona, e che non possono prescindere da quei processi di innovazione che stanno interessando sempre più la società ad alta tecnologia del futuro. Occorrono altresì, nuove iniziative a livello europea per combattere le  nuove esclusioni e le forme di discriminazione ,adottando strumenti contro la disoccupazione ciclica, a sostegno della condivisione del tempo di lavoro in tempo di crisi, contro il cosiddetto dumping sociale e salariale che colpisce i lavoratori in mobilità. Certamente per realizzare sempre più il modello sociale europeo, occorre un orizzonte temporale di lungo periodo come fu per il mercato comune e della moneta e pensare a strumenti quali una governance economica e un Semestre Europeo, con  proposte innovative quali quelle di un Ministro Europeo del Lavoro e della Protezione Sociale. Tra gli strumenti finalizzati a conseguire questo obiettivo, non possono mancare “ risorse strutturali”, da utilizzare per le esigenze dei cittadini, e che non possono coincidere con quelle indicate dalla  Commissione Europea, che si riferisce al Fondo sociale europeo 2014-2020, ad Erasmus+, al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) e al Fondo di aiuti europei agli indigenti : servono nuove risorse per sostenere i principi e i diritti sociali al centro del Pilastro anche nell’orizzonte post 2020. Per realizzare tutto ciò occorre però un presupposto indispensabile : realizzare una convergenza, una sintesi delle diverse idee ed opinioni pubbliche spesso assai diverse,  derivanti dal contributo della cittadinanza attiva, delle associazioni, e da uno sforzo della politica finalizzato a superare i pregiudizi e a costruire effettivamente un’Europa competitiva e coesa , non ostacolata dalle frontiere e che possa coniugare lo sviluppo delle imprese europee con la tutela del lavoro .

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