ABILITAZIONI IN ROMANIA. LA RICOSTRUZIONE DEL “TEMPO” NON MENZIONA L’ORDINANZA DEL TAR LAZIO N.4883 DEL 17 LUGLIO 2019 CHE ORDINA AL MIUR DI CHIARIRE SE I RICORRENTI POSSANO INSEGNARE IN ROMANIA E NON CONTIENE QUANTO RIPORTATO NELL’ARTICOLO SECONDO CUI “IL TITOLO NON E’ VALIDO”.

via ABILITAZIONI IN ROMANIA. LA RICOSTRUZIONE DEL “TEMPO” NON MENZIONA L’ORDINANZA DEL TAR LAZIO N.4883 DEL 17 LUGLIO 2019 CHE ORDINA AL MIUR DI CHIARIRE SE I RICORRENTI POSSANO INSEGNARE IN ROMANIA E NON CONTIENE QUANTO RIPORTATO NELL’ARTICOLO SECONDO CUI “IL TITOLO NON E’ VALIDO”.

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ABILITAZIONI IN ROMANIA. LA RICOSTRUZIONE DEL “TEMPO” NON MENZIONA L’ORDINANZA DEL TAR LAZIO N.4883 DEL 17 LUGLIO 2019 CHE ORDINA AL MIUR DI CHIARIRE SE I RICORRENTI POSSANO INSEGNARE IN ROMANIA E NON CONTIENE QUANTO RIPORTATO NELL’ARTICOLO SECONDO CUI “IL TITOLO NON E’ VALIDO”.

Avv. Maurizio Danza, Prof. Diritto del Lavoro di “Universitas Mercatorum”

Ringraziamo la redazione del Tempo di oggi 19 luglio 2019, per la sua ricostruzione non certo oggettiva né completa della complessa vicenda riguardante gli abilitati in Romania che è stata,  descritta con il titolo “ la decisione il TAR da ragione al MIUR il titolo conseguito in quel paese non è valido”,  A ben vedere in primo luogo contrariamente a quanto riportato nel titolo dell’articolo, in nessuna sentenza del TAR Lazio né nell’avviso n.5636/2019 né nei decreti di rigetto individuali risulta che “ il titolo conseguito in quel paese non è valido”, ma solo che il percorso conseguito in Romania, è condizione necessaria ma non sufficiente   ; inoltre nessuna menzione si è fatta nell’articolo, della recente ordinanza n.4883 del 17 luglio 2019 in riferimento al ricorso pendente innanzi al TAR Lazio-Roma n. 7117/2019 ( specializzazione sostegno conseguita in Romania) patrocinato dal sottoscritto, che  rappresenta invece, contrariamente all’indirizzo intrapreso dalla sezione nelle precedenti sentenze brevi,  un vero e proprio ripensamento . Forse è sfuggito alla redazione del Tempo che tale ordinanza , nel rinviare al 1 agosto  2019 l’udienza di decisione,  “ritenuto necessario che il MIUR chiarisca se il ricorrente possa insegnare in Romania con il titolo conseguito, ha ordinando allo stesso il deposito di una relazione a chiarimento entro 15 giorni,  ha espresso  seri dubbi sulla fondatezza della tesi del MIUR circa la inidoneità dei titoli acquisiti in Romania ai fini abilitanti . E’ inoltre indubbio, che tale ripensamento sia sorto in capo al Collegio soprattutto a seguito della discussione del 16 luglio 2019 nella quale la difesa ha sostenuto, tra l’altro, la erronea applicazione al caso di specie della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea C- 110 del 2001 sentenza Thenah Durez del 2003 e  sentenza Hannes Preindl  C-675 del 2017 , menzionate nelle prime pronunce della III° sez. BIS, poichè si riferiscono esclusivamente alla professione medico-chirurgica a cui si applica il meccanismo di “ riconoscimento automatico e incondizionato dei titoli, a differenza di quanto previsto per la professione docente , circostanza peraltro confermata dallo stesso avviso 5636/2019 del MIUR .   

Ad ogni modo, confidando ancora nella magistratura amministrativa riteniamo che i processi si celebrino nelle aule dei Tribunali e non sui giornali.

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LA CHAP DELLA COMMISSIONE EUROPEA 25 GIUGNO 2019 SUGLI ABILITATI IN ROMANIA: GARANTIRE IL DIRITTO ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE DEL TRATTATO UE, DI ACCESSO PARZIALE E DI VALUTAZIONE DELLA EQUIVALENZA DEL TITOLO , NONCHE’ DI PARTECIPAZIONE AI F.I.T.

 Avv. Maurizio Danza Prof. Diritto Del Lavoro -Università Mercatorum Roma

 

Prosegue la vicenda che riguarda il diritto all’esercizio della professione docente in Italia di numerosissimi cittadini italiani abilitati in Romania,  in attesa di una prima decisione cautelare all’ udienza del 16 luglio 2019, innanzi alla sezione III° bis del TAR Lazio-Roma, ad oggetto la impugnativa dell’avviso MIUR n.5636 del 2 aprile 2019 di rigetto delle loro istanze, e  dei decreti di rigetto individuali . Di particolare interesse la recente CHAP del 25 giugno 2019 della Commissione EuropeaDirezione Generale Mercato Interno, Industria, Imprenditoria e PMI Modernizzazione del mercato unico ,Qualifiche e competenze professionali – che prevede espressamente  “..in quanto cittadini europei gli studenti italiani hanno esercitato il loro diritto alla libera circolazione, hanno conseguito titoli di studio in un altro Stato membro dell’UE (la Romania) e sono ritornati nel loro paese d’origine (l’Italia). Alla loro situazione è pertanto applicabile il trattato UE, in particolare per quanto riguarda il rispetto del principio fondamentale della libera circolazione dei lavoratori (articolo 45 TFUE)” ; a ben vedere la posizione della Commissione Europea conferma  la illegittimità dell’avviso e dei decreti di rigetto del MIUR, già ribadita nel ricorso introduttivo, per non aver mai disposto un accertamento in concreto del titolo conseguito in Romania, finalizzato alla verifica di quei “requisiti minimi” tali da garantire l’espletamento della funzione docente in Italia, proprio a salvaguardia del diritto alla libertà di circolazione previsto dall’art.45 del trattato fondativo dell’Unione Europea . Inoltre la stessa Commissione sottolinea la palese violazione dei principi giurisprudenziali comunitari in materia di riconoscimento delle professioni da parte del MIUR, ritenendo che “ In questi casi “[…] spetta all’autorità competente (nel caso di specie, il MIUR) verificare […] se, e in quale misura, si debba ritenere che le conoscenze attestate dal diploma rilasciato in un altro Stato membro e le qualifiche o l’esperienza professionale ottenute in quest’ultimo, nonché l’esperienza ottenuta nello Stato membro in cui il candidato chiede di essere iscritto, soddisfino, anche parzialmente, le condizioni richieste per accedere all’attività di cui trattasi.”, e menzionando espressamente la nota sentenza “ Morgenbesser” del 13 novembre 2003 C-313/2001 mai applicata al caso di specie e che invece avrebbe dovuto comportare da parte del MIUR , una autonoma valutazione del titolo conseguito dai ricorrenti italiani in Romania. La stessa Commissione Europea prosegue nella Chap, affermando che “Questa procedura di valutazione deve consentire alle autorità dello Stato membro ospitante di assicurarsi obiettivamente che il diploma straniero attesti il possesso, da parte del suo titolare, di conoscenze e di qualifiche, se non identiche, quanto meno equivalenti a quelle attestate dal diploma nazionale. Tale valutazione dell’equivalenza del diploma straniero deve effettuarsi esclusivamente in considerazione del livello delle conoscenze e delle qualifiche che questo diploma, tenuto conto della natura e della durata degli studi e della formazione pratica cui esso si riferisce, consente di presumere in possesso del titolare”, ribadendo dunque, l’obbligo della “valutazione dell’equivalenza” principio affermato  dalla nota pronuncia della Corte di giustizia del 15 ottobre 1987, ( Unectef/Heylens, C-222/86),  richiamata espressamente nella CHAP e di cui se ne chiede l’applicazione in sede giudiziaria a favore dei ricorrenti.   A ben vedere poi, la Commissione Europea non si limita a menzionare i detti principi espressi dalla Corte di Giustizia Europea, ma stigmatizzi altresì il comportamento delle autorità italiane  prevedendo cheAlla luce di quanto sopra, le autorità italiane che sono tenute a valutare le candidature dei cittadini italiani che hanno ricevuto una formazione come insegnanti in un altro Stato membro dell’UE ma che non sono pienamente qualificati dovrebbero comunque valutare le conoscenze e le qualifiche conseguite in modo da consentire agli studenti italiani di partecipare, se del caso, al concorso nella categoria pertinente al fine di accedere alla formazione pratica prevista per gli insegnanti (FIT). Infatti, in base a quanto previsto dalla legge , la possibilità di accedere a tale formazione non comporta l’accesso diretto alla professione”; dunque la Commissione Europea riconosce esplicitamente  il diritto di partecipazione dei ricorrenti alla formazione pratica di cui ai c.d. FIT previsti dal Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59!

 

E’ di tutta evidenza dunque che il MIUR, continui a disattendere sia i principi comunitari in tema di riconoscimento delle qualifiche professionali, che dell’ accesso parziale disciplinato dall’ art.4 septies della Direttiva 2013 /55/CE  recepito dal combinato disposto dell’art. 1 bis e 5 septies del D.lgs.n.206/2007. Auspichiamo che il Collegio della terza sezione Bis del Tar-Lazio chiamato a pronunciarsi, valuti attentamente le richieste difensive che evidenziano le numerose illegittimità degli atti posti in essere dal MIUR, nonchè gli altri documenti già depositati in sede di memorie difensive ed in possesso esclusivo della difesa, in vista dell’esame della questione cautelare fissata al 16 luglio 2019.

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IL MINISTERO DELL’EDUCAZIONE NAZIONALE ROMENO CONFERMA IL DIRITTO DI PARTECIPAZIONE AI CONCORSI PER DOCENTI AI FINI DEL RICONOSCIMENTO SECONDO LA DIRETTIVA N.36/2005 A TUTTI I CITTADINI DELLA UE CON LA NOTA N. 309110 DEL 21.05.2019.

Avv. Maurizio Danza Prof. Diritto Del Lavoro Università Mercatorum Roma

 

Ennesimo capitolo in merito della nota controversia sul diritto all’espletamento della professione docente in Italia, richiesto da migliaia di cittadini italiani che, a seguito dell’avviso MIUR n.5636 del 2 aprile 2019 di rigetto delle loro istanze, hanno presentato ricorso al TAR Lazio-Roma. Di particolare rilevanza in tal senso, la recentissima nota n 30910 del 21 maggio 2019 e a firma del Direttore Generale del Ministero dell’Educazione Nazionale Rumeno- Dott.ssa Corina Marin- ed indirizzata al rappresentante FSIUSAE Scuola Estero, che conferma la illegittimità del diniego del MIUR per non aver mai disposto un accertamento finalizzato alla verifica di quei “requisiti minimi” tali da garantire  l’espletamento della funzione docente in Italia  salvaguardando così anche nell’ordinamento scolastico, il diritto alla libertà di circolazione previsto dall’art.45 del trattato fondativo dell’Unione Europea .A tal proposito, e  fugando qualsiasi altro dubbio in merito anche al diritto alla partecipazione ai concorsi dei ricorrenti con la qualifica professionale docente maturata a seguito del percorso formativo psicopedagogico , e alla sua conformità alla Direttiva n.36/2005 e n.55/2013, la nota del Ministero Romeno dispone espressamente che “ in conformità con le disposizioni dell’art.108 comma 1 della Metodologia-quadro riguardante la immobilità degli insegnanti dell’istruzione preuniversitaria nell’a.s.2019.2020, approvata tramite OMEN 5460/2018 con le variazioni ed inserzioni successive : I cittadini degli stati membri dell’Unione europea…che compiono le condizioni necessarie di studi riconosciuti/equiparati dal Ministero dell’Educazione nazionale oppure hanno studiato in Romania, hanno il diritto di partecipare ai concorsi di occupazione dei posti d’insegnante/cattedre libere/riservate dell’istruzione preuniversitaria e, in base ai risultati ottenuti al concorso, possono essere impiegati a termine determinate o indeterminato. La metodologia quadro riguardante la mobilità del personale docente dell’istruzione preuniversitaria nell’a.s. 2019/2020 approvata tramite l’OMEN n.5460/2018…è disponibile su http://titularizare.edu.ro/2019/.” Ciò nonostante il MIUR, continua a disattendere sia i principi comunitari in tema di riconoscimento delle qualifiche professionali, sia quelli di diritto nazionale, tra cui quello dell’accesso parziale disciplinato dal combinato disposto dell’art. 1 bis e 5 septies del D.lgs.n.206/2007(  peraltro di attuazione della stessa Direttiva 2005/36/CE) secondo cui Il presente decreto disciplina, altresi’, il riconoscimento delle qualifiche professionali gia’ acquisite in uno o piu’ Stati membri dell’Unione europea e che permettono al titolare di tali qualifiche di esercitare nello Stato membro di origine la professione corrispondente, ai fini dell’accesso parziale ad una professione regolamentata sul territorio nazionale, nonche’ i criteri relativi al riconoscimento dei tirocini professionali effettuati da cittadini italiani in un altro Stato membro” . La applicazione doverosa di tali principi, va fatta risalire peraltro, alla nota sentenza “ Morgenbesser” del 13 novembre 2003 C-313/2001 della Corte di Giustizia Europea ( ed anche alle  sentenze CGE 15 ottobre 1987  Heylens e a ; 7 maggio 1991 C-340/89 Vlassopoulou ; 7 maggio 1992 C -104/91 Aguirre Borrell.), secondo cui uno stato membro a cui si rivolge un cittadino di altro paese che intende svolgere una professione regolamentata, deve disporre una valutazione finalizzata in via di principio alla “salvezza degli effetti della qualifica conseguita in un altro paese” , anche quando essa non soddisfi pienamente, ma solo parzialmente, i requisiti fissati in quella legislazione : ciò alfine di garantire il diritto alla libertà di circolazione previsto dall’art.45 del trattato fondativo dell’Unione Europea !

Auspichiamo che il Collegio della Terza sezione Bis del Tar-Lazio-Roma valuti attentamente la questione, alla luce della nota, nonchè di altri documenti emanati dal Ministero Romeno ed in possesso esclusivo della difesa, in vista dell’esame della questione cautelare ad oggetto la sospensiva dell’illegittimo provvedimento del MIUR.

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DALLA CRISI AI SOVRANISMI. QUALI PROSPETTIVE PER I LAVORATORI EUROPEI DOPO LA PIU GRANDE E PROLUNGATA CRISI

Relazione Avv. Maurizio Danza. Prof. Diritto del Lavoro Università Mercatorum  Conferenza Organizzativa FSI USAE 10 maggio 2019

Ormai da tempo in diversi paesi dell’ Europa e non solo in Italia, si assiste ad un sempre crescente  movimento di contestazione rispetto al modello attuale di Europa; tuttavia se analizziamo il tema dei diritti dei lavoratori e le prospettive in ambito comunitario dopo la lunga crisi economica, dobbiamo riconoscere che oggi molti diritti, anche in ambito sociale e nonostante le limitate competenze della UE in materia, siano derivate direttamente o indirettamente dalle leggi e dalla giurisprudenza europea. Prima tra tutte la Carta Europea dei Diritti Sociali, così come i numerosi strumenti legislativi europei in materia di tutela dell’ambiente, della salute, dell’orario di lavoro, delle condizioni di lavoro, che hanno contribuito a creare nel tempo quel modello sociale europeo  che tuttavia, è caratterizzato da una dimensione ancora insufficientemente che rallenta la crescita e lo sviluppo dell’Eurozona . Le ragioni dell’insufficienza dell’attuale modello sono molteplici e non possiamo ridurle semplicemente al populismo euroscettico, ma senza dubbio alla difficoltà di fare convergere sistemi di regole disomogenee in una unione di ventotto paesi. Orbene perché acquisti concretezza il concetto di Unione sociale occorre perseguire in primo luogo, gli obiettivi e le iniziative definiti nel vertice straordinario di Göteborg del novembre 2017 , relative al Pilastro Europeo dei Diritti Sociali dell’Unione Europea, proposto dalla Commissione Juncker : tali obiettivi hanno il pregio di voler garantire continuità e rilanciare la centralità di quei diritti sociali che in passato sono stati applicati in maniera disomogenea nei vari paesi estendendoli anche alle nuove categorie di lavoratori e lavoratrici.  Non c’è dubbio infatti, che tali obiettivi, da realizzare nel lungo periodo e a seguito di un percorso complesso, avranno effetti solo se ci saranno atti concreti . Il pilastro europeo dei diritti deve però potersi reggere su una serie di principi fondamentali che tutelino i mercati del lavoro e i sistemi di protezione sociale nell’ambito comunitario, svolgendo contestualmente la funzione di quadro di riferimento per la riduzione dei tassi di disoccupazione degli Stati membri, guidando così i processi di riforma del mercato del lavoro di ogni paese dell’unione . Ed invero, quei principi contenuti nel c.d. Pilastro Sociale europeo costituiti dalle tre macro aree delle “ pari opportunità e accesso al mercato del lavoro”,  “condizioni di lavoro eque”, e “protezione sociale e inclusione”, devono essere tradotti in strumenti concreti e di legislazione sia europea che nazionale ; in tal senso si collocano le direttive in discussione a Bruxelles, sulla conciliazione tra vita e lavoro o quella che estende alcuni diritti fondamentali sul posto di lavoro e l’accesso alla protezione sociale ai lavoratori atipici , e la costituenda Autorità Europea del Lavoro, a cui si dovranno attribuire strumenti e compiti di prospettiva . A tal proposito, la Commissione ha proposto un quadro orientativo di riferimento per l’azione futura degli Stati aderenti, con riferimento a una serie di principi e diritti sociali, che trae ispirazione e rilancia il ruolo sociale dell’UE, ossia un corpo di regole sociali presente nell’ordinamento dell’Unione europea, a partire dai Trattati e dalla Carta europea dei diritti fondamentali, così come interpretati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e  da numerose direttive. A tal proposito, appare indispensabile realizzare sempre più, una graduale processo di armonizzazione verso l’alto dei livelli salariali, dei sistemi di contrattazione collettiva e di relazioni industriali, dei sistemi di protezione sociale, dei quadri normativi nazionali, su cui occorre impegnarsi ed accelerare vincendo resistenze di ogni sorta. Tale processo non è più procrastinabile anche per evitare per il futuro comportamenti contraddittori di molti governi nazionali che pur affermando di voler armonizzare i propri ordinamenti del lavoro con particolare riferimento al regime delle tutele in ambito comunitario, costringono poi migliaia di lavoratori , alle vie giudiziarie interne e fino alla Corte di Giustizia Europea ; penso ad esempio al tema dei contratti a tempo determinato e delle altre forme flessibili, al tema della stabilizzazione nella pubblica amministrazione non risolto in Italia né dal D.lgs.n.81/2015 né dal D.Lgs n. 75/2017 , recepito nel D.lgs.n.165/2001 quale attuazione della riforma Madia che, non ha avuto il coraggio di realizzare un sistema di tutela reale delle numerose ed anomale tipologie di “rapporti di lavoro”, ancora adottati nella pubblica amministrazione e non solo, tra cui tirocini, assegni di ricerca, borse di studio . Ritengo poi, che ci sia ancora molto da fare anche in relazione al tema europeo del riconoscimento delle professioni e della loro mobilità, proprio in riferimento alla armonizzazione delle legislazioni nazionali, tema che evidenzia la criticità del rapporto tra i principi della Dir.n.36/2005 e il recepimento nei singoli paesi a favore di chi intende svolgere una professione. A tal proposito voglio fare esplicito riferimento al paradosso della problematica del negato riconoscimento da parte dell’Italia, della abilitazione all’insegnamento conseguita in Romania da migliaia di giovani, pur in possesso di tutti i requisiti sostanziali, ed in palese violazione della giurisprudenza comunitaria che prevede anche l’applicazione del principio dell’ accesso parziale in tema di esercizio delle professioni, quale corollario del  diritto alla libera circolazione  secondo l’art 45 TFU . Ebbene proprio queste criticità ci inducono a riflettere sul reale funzionamento del sistema delle garanzie dei diritti così come delineato dall’Europa, che necessita di un vero e proprio processo di cambiamento culturale finalizzato a mettere al centro innanzitutto, l’ interesse del cittadino. Occorre poi assumere una coerente strategia di rinnovamento dei welfare nazionali,  che  devono tornare a svolgere un ruolo di motore dello sviluppo economico, sulla falsariga della Strategia di Lisbona, e che non possono prescindere da quei processi di innovazione che stanno interessando sempre più la società ad alta tecnologia del futuro. Occorrono altresì, nuove iniziative a livello europea per combattere le  nuove esclusioni e le forme di discriminazione ,adottando strumenti contro la disoccupazione ciclica, a sostegno della condivisione del tempo di lavoro in tempo di crisi, contro il cosiddetto dumping sociale e salariale che colpisce i lavoratori in mobilità. Certamente per realizzare sempre più il modello sociale europeo, occorre un orizzonte temporale di lungo periodo come fu per il mercato comune e della moneta e pensare a strumenti quali una governance economica e un Semestre Europeo, con  proposte innovative quali quelle di un Ministro Europeo del Lavoro e della Protezione Sociale. Tra gli strumenti finalizzati a conseguire questo obiettivo, non possono mancare “ risorse strutturali”, da utilizzare per le esigenze dei cittadini, e che non possono coincidere con quelle indicate dalla  Commissione Europea, che si riferisce al Fondo sociale europeo 2014-2020, ad Erasmus+, al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) e al Fondo di aiuti europei agli indigenti : servono nuove risorse per sostenere i principi e i diritti sociali al centro del Pilastro anche nell’orizzonte post 2020. Per realizzare tutto ciò occorre però un presupposto indispensabile : realizzare una convergenza, una sintesi delle diverse idee ed opinioni pubbliche spesso assai diverse,  derivanti dal contributo della cittadinanza attiva, delle associazioni, e da uno sforzo della politica finalizzato a superare i pregiudizi e a costruire effettivamente un’Europa competitiva e coesa , non ostacolata dalle frontiere e che possa coniugare lo sviluppo delle imprese europee con la tutela del lavoro .

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LE MISURE INDISPENSABILI PER RENDERE LA RICERCA SCIENTIFICA ITALIANA COMPETITIVA IN EUROPA E REALIZZARE LA CRESCITA DEL PAESE.

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LE MISURE INDISPENSABILI PER RENDERE LA RICERCA SCIENTIFICA ITALIANA COMPETITIVA IN EUROPA E REALIZZARE LA CRESCITA DEL PAESE.

Avv. Maurizio Danza Prof. Diritto del Lavoro Università Mercatorum.

E’ indubbio che, se il settore della ricerca scientifica ed universitaria ricoprisse un ruolo primario nel nostro paese, potrebbe costituire indubbiamente una garanzia per la crescita del sistema-paese, colmando così il grave ritardo, che si registra da numerosi anni in Italia rispetto gli altri Stati dell’Unione Europea. Altro elemento di fondamentale importanza per la ricerca, accanto alla disponibilità di risorse ad hoc, anche la capacità dello Stato di liberare la stessa dall’eccessiva burocrazia che lo investe e che spesso assoggetta impropriamente, gli enti di ricerca e l’Università a principi e regole che, non consentono al mondo scientifico di esprimere adeguatamente le proprie potenzialità di sviluppo e la propria competitività in ambito internazionale. In tal senso va menzionata la recente nascita dell’Osservatorio per la semplificazione burocratica e la competitività del sistema universitario e della ricerca scientifica e tecnologica ( http://www.universita-ricerca.it/ ), grazie alla ispirazione di un primo nucleo promotore costituito da numerose personalità del mondo della ricerca scientifica e dell’università, con lo scopo precipuo di contribuire allo “ snellimento burocratico, alla efficienza operativa e alla competitività nel sistema dell’Università e della Ricerca”. A tal proposito ritengo che si possano individuare, accanto ad interventi volti all’incremento di finanziamenti specifici e alla defiscalizzazione, anche talune misure di tipo normativo, indispensabili a garantire lo sviluppo socio-economico dell’Italia, in considerazione del grave ritardo rispetto agli altri Stati membri dell’Unione Europea. A tal proposito occorrerebbe innanzitutto prevedere un regime derogatorio con riferimento all’applicazione di talune disposizioni del codice degli appalti di cui al D.lgs.n.50/2016 e s.m., nonché delle linee guida ANAC in materia. Tale obiettivo potrebbe essere conseguito sia nell’ambito delle attività di revisione del Codice degli appalti, attualmente in corso nell’atteso decreto legge c.d. “Sblocca cantieri”, che ad opera dei decreti legislativi previsti dal disegno di legge delega del 28 febbraio 2019 al Governo per la razionalizzazione, il riordino, il coordinamento e l’integrazione della normativa in materia di contratti pubblici” . In particolare appare opportuno intervenire in merito alle notevoli difficoltà derivanti dall’applicazione delle procedure ordinarie di cui al D.lgs. n.50/2016 nonchè dalle Linee guida ANAC al settore della ricerca: primo tra tutti, il nuovo meccanismo di nomina dei componenti delle commissioni giudicatrici di cui agli artt. 77 -78 del D.lgs. 18 aprile 2016, n. 50 e s.m.i.  e imperniato sulla istituzione dell’Albo dei Commissari di gara ; tale regime derogatorio andrebbe esteso anche alle società partecipate dalle Università e dagli EPR. Tale criticità potrebbero essere risolte attraverso una disposizione ad hoc, prevedente una deroga specifica per ricerca ed università, in una “sezione o titolo”  del Codice degli appalti , comprensiva degli adempimenti connessi  ai procedimenti di aggiudicazione, tra cui quelli  in tema di CONSIP e MEPA . Occorrerebbe poi, prevedere deroghe in riferimento ad altri istituti giuridici applicabili a tutte le pubbliche amministrazioni, anche attraverso una ulteriore revisione del Decreto Legislativo 25.11.2016, n. 218 ; e’ di tutta evidenza infatti, come il Decreto Legislativo n. 218/2016semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca, emanato ai sensi dell’articolo 13 della legge 7 agosto 2015, n. 124”, pur apportando talune innovazioni nel settore della ricerca, non costituisce un testo unico nè  sostituisce integralmente il decreto legislativo n. 213 del 2009 ; per tali motivi ai fini della reale applicazione, gli Enti di ricerca si vedono costretti ad una complessa attività di individuazione delle norme applicabili , nonché ad una interpretazione delle varie disposizioni speciali e generali che, nel nostro ordinamento disciplinano la organizzazione del lavoro pubblico e le pubbliche amministrazioni ; indispensabile, altresì una ulteriore revisione del D.Lgs.n.218/2016 ed un coordinamento sistematico tra le norme specifiche della ricerca ( es. D.Lgs.n.218/2016,  D.lgs.n. 213/2009) e le norme generali dell’ ordinamento pubblico previste dal D.Lgs.165/2001. Tale obiettivo potrebbe essere conseguito, in parte, anche attraverso i lavori della “Commissione per la redazione del codice della legislazione scolastica, universitaria e dell’alta formazione artistica” istituita dal Ministro dell’Istruzione che si auspica possa operare una interpretazione chiarificatrice delle norme in materia, all’atto della redazione del codice unico, di cui entreranno a far parte le norme specifiche della ricerca e dell’università ; tuttavia ritengo che la disciplina relativa alla legislazione universitaria e della ricerca data la sua peculiarità, debba essere codificata in un ambito diverso da quello della istruzione pubblica e delle istituzioni scolastiche, in considerazione dell’obbligo di adeguamento alla disciplina comunitaria riferito al solo settore universitario e della ricerca. Altri interventi normativi dovrebbero comportare poi, deroghe alla disciplina dei contratti a favore di professionisti e società che espletano attività di ricerca per gli EPR ; in riferimento infatti alconferimento di incarichi individuali”, occorre prevedere una deroga a favore del mondo della ricerca e dell’università, quanto ai limiti imposti alla stipula dei  contratti di lavoro autonomo “ad esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria”, ed attualmente previsti dall’art.7 co.6 e 5 bis del D.Lgs.n.165/2001 e s.m. alfine di garantire competitività ed efficienza alla ricerca scientifica e all’università ; in tema poi di concorsi pubblici  appare opportuno intervenire a fronte di quelle disposizioni che allo stato attuale, appesantendo l’iter delle procedure concorsuali non contribuiscono alla semplificazione delle procedure concorsuali  : così in tema di designazione dei commissari occorre prevedere o una deroga all’attuale DPR n.487/1994 nonché alle linee guida sulle procedure concorsuali, ( di cui alla direttiva n.3 del 24 aprile 2018), con l’applicazione dei principi previgenti ed applicati all’ambito della ricerca pubblica. Altri interventi vanno disposti poi, in riferimento alla disciplina dei contratti a tempo determinato, anche attraverso la modifica dell’art.36 del D.lgs.n.165/2001 o del D.lgs.n.81/2015 : a tal proposito, il contesto normativo derivante dalla applicazione coordinata dell’ attuale art.36 del D.lgs.n.165/2001 e degli artt. 21 e 23 del D.lgs.n.81/2015, nonché dell’art.83 del CCNL 2016/2018 in riferimento ai limiti di durata e percentuali dei contratti della ricerca, non sembra recepire a pieno né la peculiarità, necessitando il settore di ulteriori interventi finalizzati a  garantire competitività ed efficienza al contesto globale della ricerca. In particolare appare opportuno prevedere espressamente una disposizione derogatoria ad hoc, per quei contratti a tempo determinato con oneri a carico dei finanziamenti di cui ai Progetti Bandiera e degli altri Progetti di interesse, riferiti ad attività di ricerca a valenza internazionale, anche se finanziati con il “Fondo ordinario per gli Enti di Ricerca”, e per quelli conferiti con  “entrate derivanti da finanziamenti esterni di soggetti pubblici o privati”, anche aldilà dei limiti attualmente previsti dell’art.9 co.4 e co.5 del D.lgs.n.218/2016 ed anche in quei casi in cui non dovessero avere ad oggetto “in via esclusiva” lo svolgimento di attività di ricerca scientifica. Quanto poi, ai contratti di diritto comunitario è indispensabile garantire la diretta applicabilità all’ambito della ricerca scientifica anche attraverso la modifica dell’ art.36 del D.lgs.n.165/2001 o del D.lgs.n.81/2015 ; si pensi ad esempio alle figure atipiche quali “employement contract “ e il “ fixed amount stipend”, ( desumibili ad esempio dalle azioni Marie Curie-RTN), e che non sempre possono essere ricondotti dagli EPR ai contratti determinati di diritto italiano  disciplinati dal recente CCNL 2016/2018 o alle altre forme flessibili . A tal riguardo, va previsto altresì che ai contratti di diritto europeo recepiti attraverso il conferimento di contratti a tempo determinato di diritto italiano, non si applichino né i principi in tema di durata dei contratti, né quelli quantitativi e di percentuale attualmente rinvenibili dall’art.83 del CCNL 2016/18. Ritengo inoltre di fondamentale importanza riscrivere una nuova disciplina in tema di assegni di ricerca conforme all’ordinamento comunitario con un suo recepimento tra le forme flessibili previste dall’art.36 del D.lgs.n.165/2001 e dal D.lgs n.81/2015. A tal riguardo appare opportuno procedere ad una revisione delle disposizioni attualmente vigenti in tema di assegni di ricerca e desumibili dall’art.22 della L. 30 dicembre 2010 n.240 . A tal proposito ,e’ ben noto come la Commissione Europea nell’Annotated Model Grant Agreement ( AMGA)  si sia già espressa negativamente, ritenendo che gli assegni di ricerca,  ( peraltro unitamente a co.co.co e co.co.pro) non sono ritenuti compatibili con la normativa Europea e che i loro costi non sono ammissibili ai fini delle rendicontazioni dei progetti di H2020.

Altro strumento non meno importante per lo sviluppo della competitività e dell’efficienza del sistema globale della ricerca scientifica, è senza dubbio la realizzazione di un effettivo recepimento della carta europea dei ricercatori già previsto dall’art. 2 co.1 del decreto D.lgs.n.218/2016 ; come è noto, infatti  l’art. 2 co.1 del D.lgs.n.218/2016 alle lettere da a) ad n), prevede espressamente  che gli EPR “ assicurano” ai  ricercatori e tecnologi in materia di “ libertà di ricerca, portabilità dei progetti, diffusione e la valorizzazione delle ricerche; la necessaria attività di perfezionamento ed aggiornamento ; la valorizzazione professionale; la idoneità degli ambienti di ricerca; la necessaria flessibilità lavorativa funzionale all’adeguato svolgimento delle attività di ricerca; ancora la mobilità geografica intersettoriale e quella tra un Ente ed un altro; la tutela della propria intellettuale; …. “ A tal proposito occorre intervenire, anche attraverso una revisione del testo del D.lgs.n.218/2016, superando il “modello autonomistico” previsto dalla recente riforma , secondo cui i singoli enti adottano singolarmente specifiche misure ( in tal senso  l’art. 11, comma 5 del d.lgs. n. 218 del 2016, in tema di portabilità dei progetti )  che  non appare uno strumento virtuoso finalizzato a garantire competitività all’intero sistema della ricerca scientifica italiana e a colmare il grave ritardo rispetto gli altri Stati dell’Unione Europea.

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